Rassegna Stampa Rimini - OFFICINA DELLA POLITICA

OFFICINA DELLA POLITICA
Laboratorio sperimentale per la costruzione di una nuova sinistra
Via Celli 7, 00122 Ostia Lido, Roma - mail: segreteria@officinadellapolitica.net
Vai ai contenuti

Menu principale:

QUARTO POTERE
Il Congresso nazionale fondativo dal 17 al 19 febbraio
PalaCongressi di Rimini

RASSEGNA STAMPA ONLINE DEL 20 FEBBRAIO
aggiornamento h. 16.30

da LA STAMPA
Sinistra Italiana elegge Fratoianni: “Siamo la sinistra che fa il suo mestiere” Ultima modifica il 19/02/2017 alle ore 17:11
È convinto che la sinistra «debba fare il suo mestiere, e di questi tempi non è poco». Allievo di Nichi Vendola, ex capo dei giovani del Prc, è aperto al dialogo con le altre anime della sinistra italiana, ma con orgoglio e senza subalternità. Punta le sue carte sul referendum Cgil, sui diritti e l’accoglienza degli emigranti. È Nicola Fratoianni, deputato pisano, interista con un figlio piccolo, classe 1972, una laurea in filosofia, eletto a stragrande maggioranza (503 sì, 32 contrari, 28 astenuti) dai delegati del Congresso fondativo del nuovo partito, Sinistra Italiana, la forza erede di Sinistra Ecologia e Libertà.
Nel suo profilo twitter assicura che sarà «per sempre uno di quelli che nel luglio 2001 era a Genova». La sua elezione cade in un giorno importante per il fronte progressista italiano, nelle stesse ore in cui a Roma si sta sancendo la scissione interna al Pd. Una svolta che pone fine alla storia del primo partito italiano, e alla sua ambizione di essere il luogo unitario dei riformisti italiani. Ma a Speranza e compagni, nel suo primo discorso da segretario lancia subito una sfida. «Se la scissione dovesse portare a nuove articolazioni nei gruppi parlamentari - ammonisce Fratoianni - vorrei vedere cosa faranno nel momento in cui si dovesse la fiducia al governo Gentiloni». Del resto tutta la tre giorni al Palacongressi è stata segnata dal dialogo a distanza con Roma e lo scontro interno al Pd, tra desiderio di dialogo e la rivendicazione di aver capito prima di tutti la vera natura conservatrice della leadership renziana. Nella ricerca continua di uno spazio politico a cui in tanti stanno guardando, pensiamo al Campo Progessista di Giuliano Pisapia. In apertura, Fabio Mussi, da padre nobile del partito aveva bollato l’ex premier dei bonus come un «Achille Lauro 4.0». Ma tanti hanno criticato anche l’ala che lo sta abbandonando. Pippo Civati, molto applaudito, ha ricordato che «la sconfitta è venuta prima di Renzi».
Ancora più esplicito Stefano Fassina: «Non siamo l’organizzazione giovanile di D’Alema e Bersani, abbiamo già dato, diciamo». Netto anche il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris: «Io lavoro a una sinistra di popolo, a un’alternativa democratica e sociale che non può essere guidata da D’Alema», ha detto accolto dall’ovazione. «Pronti al dialogo, ma non con il cappello in mano», ha ribadito Nichi Vendola, nel suo ultimo emozionato intervento come leader di partito uscente. Ma al di là del tema delle alleanze future, Sinistra Italiana nasce con l’obbiettivo di dare voce «agli esclusi, ai precari, ai giovani sfruttati», come elenca Fratoianni. E la prima battaglia sarà quella dei referendum sul lavoro della Cgil.  
da IL MANIFESTO - Riccardo Chiari (testo aggiornato alle ore 16.00 del 20.02)
Avanti, popolo. La base vuole il partito
Nel giorno dell’annunciatissimo addio di Arturo Scotto e di «quelli del teatro Vittoria» (Smeriglio, Ferrara, Furfaro, Pizzolante), la risposta della base di Sinistra italiana è chiara: «Avanti, andiamo avanti». Lo chiedono, insistentemente, i delegati e le delegate che di ora in ora salgono sul palco, in una lunga giornata che mette in chiaro quale sia la spinta collettiva che muove il nuovo partito.
«Ci dicono che il nostro è un progetto minoritario e marginale – sintetizza il segretario in pectore Nicola Fratoianni – ci dicono che non possiamo dividerci perché c’è il pericolo della destra, da Trump a Le Pen a quella italiana. Ma credete davvero che la destra vince perché il centrosinistra è diviso? No, la destra vince perché larga parte della sinistra si è resa responsabile di politiche di destra». Dalla cosiddetta «buona scuola» al jobs act, più volte denunciati al pari delle revisioni costituzionali come il pareggio di bilancio, e dell’altro diktat chiamato fiscal compact.
Sarà un caso, ma in un sabato congressuale nel quale la disponibilità all’ascolto e al confronto civile dà la cifra di quanta passione politica si muove nel grande auditorium del Palacongressi riminese, il momento più deteriore arriva nel corso dell’intervento di Arturo Scotto. Non solo per sua responsabilità, perché al di là dell’evitabile replay dell’asserzione «se un soggetto politico non è contendibile…» – accolta da fischi sonori – il saluto è ascoltato con grande compostezza.
Anche quando Scotto, confermando di fatto l’approdo al «campo progressista» di Giuliano Pisapia, anticipa: «Il tema di come ci attrezziamo contro la destra è ancora qui e sarà l’argomento dei prossimi mesi, l’unico antidoto è la ricostruzione di un nuovo centrosinistra».
Ma mentre il deputato napoletano sta ancora parlando, l’entrata in sala di Michele Emiliano – uguale a quella di Apollo Creed in «Rocky» – e la plateale stretta di mano con Scotto che come lui è reduce dal Vittoria, convincono la platea che quando è troppo è troppo. Di qui i fischi e i «buu» dei delegati. Molti dei quali, a bocce ferme, commentano negativamente l’exploit da «politica spettacolo» del governatore pugliese del Pd, che perora un «neo-ulivismo» e dell’ormai ex capogruppo alla camera.
Mentre Alfredo D’Attorre, che pure ha presentato un ordine del giorno perché Sinistra italiana sia cofondatrice di «un campo più largo», completerà comunque il percorso congressuale.
Ben altro clima aveva accompagnato al mattino, fra i tanti saluti come Vincenzo Vita a nome dell’Ars e di Aldo Tortorella, quello di Tomaso Montanari, vicepresidente di Libertà e Giustizia e autore di un intervento applaudito come quello di Maurizio Landini. «Il vostro, il nostro viaggio si propone di percorrere un sentiero di crinale – esordisce lo storico dell’arte – stretto e costeggiato di burroni. Ma è l’unico sentiero che ha qualche possibilità di condurre ad un futuro che non sia l’ossessivo prolungamento di un presente ingiusto e disumano».
A seguire i numeri dei 4,6 milioni di italiani/e in condizioni di indigenza assoluta. Il doppio rispetto a soli dieci anni fa, e con un milione di bambini in povertà assoluta e due milioni in povertà relativa. «È una realtà impressionante. Ma è un fantasma, per la politica italiana. E la scuola che oggi viene progettata, l’oscena “buona scuola”, ha il fine di strappare gli occhi agli italiani del futuro. L’opposto di quello sforzo costante, come deve avere Sinistra italiana, per vedere quello che abbiamo costantemente sotto il naso». Infine un altro passaggio politico: «Vorrei una sinistra capace di comprendere che la crisi della democrazia non è una crisi di governabilità, ma una crisi di rappresentanza. Non accettate un’agenda per cui l’unico modo di fare politica è determinare alleanze, scissioni, fusioni, senza mai chiarire qual è il progetto politico. Qual è la visione. Quale l’idea di Italia, e di sinistra. Certo non sarà il sindaco dell’Expo del cemento a farci uscire dalla globalizzazione neoliberista, è bene saperlo».
Esplicito l’attacco a Pisapia.
Così come fa Alessia Petraglia guardando al referendum costituzionale: «Il 4 dicembre resterà una data storica per la sinistra. Ma attenzione, è già in corso la rimozione della storia. E noi dobbiamo avere il coraggio di dire che, fra chi ha votato Sì e chi ha votato No, c’è un discrimine profondo, un concetto diverso di democrazia».
Mentre Sergio Cofferati avverte: «Sono stanco dei politicismi. Voglio parlare di contenuti, non di liste elettorali. C’è un vuoto che va riempito» sul lavoro e i suoi diritti, così come sull’Unione europea: «Io sono un europeista convinto. L’euro ci ha salvati dal tracollo ma l’Europa va cambiata alla radice, a partire dalla cancellazione del fiscal compact».
In una giornata fittissima, citazione d’obbligo per Laura Boldrini, che ammonisce: «La scissione che a me fa più paura è quella delle persone dalla politica. Mi auguro si capisca la necessità di riacquistare la fiducia delle persone che non vanno più a votare, o votano per protesta». La presidente della Camera, tra l’altro, è l’unica ad evocare un grande convitato di pietra come il M5S.
Mentre Paolo Ferrero, richiamandosi all’esperienza unitaria vincente di Ada Colau a Barcellona (Podemos, Iu, movimenti), propone a Si la possibilità di un cammino analogo anche in Italia.

La lettera a Sinistra italiana di Rossana Rossanda
Quando ieri al congresso di Sinistra Italiana un giovane compagno ha terminato di leggere questo messaggio inviato da Rossana Rossanda tutti si sono alzati in piedi e hanno intonato l’Internazionale, il pugno alzato nel saluto comunista.
Cari compagni, vi ringrazio per la vostra lettera e l’invito a partecipare al vostro dibattito congressuale.
È evidente che mi interessa. Ho letto i documenti che avevate da qualche tempo preparato, ma potete comprendermi se mi riguardano come materiale di riflessione piuttosto che come decisione di schieramento.
Vi prego di tenere presente, oltre alla mia età e al mio stato di salute, il lungo percorso che ho fatto. E con non poche sconfitte. Non me ne rincresce.
Ma mi obbliga – a quanto sembra diversamente dalla maggior parte dei fermenti che si sono sviluppati intorno alla crisi del Partito Comunista Italiano, prima e, poi, del Partito democratico – a uno sguardo e a un bilancio su quella che è stata la storia passata del movimento operaio italiano e, almeno, europeo. Si tratta di un secolo di elaborazione teorica e di lotte.
Di vite, insomma, rispetto alle quali mi pare eccessivamente disinvolto passare senza soffermarsi. Tanto meno sono disposta a seguire gli eredi di Berlinguer quando hanno pensato di poter ripartire da zero.
In realtà, mi pare che la loro sia stata una resa senza condizioni alle opinioni di quello che chiamavamo «avversario di classe». L’ammissione, cioè, che fosse inutile rivedere testi ed esperienze, sia del partito comunista e del movimento operaio italiano, sia dei cosiddetti «socialismi reali», per rimontare senz’altro a Marx e dichiararlo liquidato.
Siamo ancora all’interno di un sistema capitalista.
In che misura e dentro quali limiti si è andato modificando? E, soprattutto: è ancora il terreno sul quale, nel «lavoro», si materializza il soggetto che non ne sopporta lo stato di soggezione – peggio: di alienazione – in cui è tenuto?
Oppure è questo elemento che si è venuto modificando, a causa di quella che chiamiamo tecnologia e che un tempo, in più diretto collegamento col rifiuto del sistema, chiamavamo «lavoro vivo» e «lavoro morto»?
Certamente è cambiato il punto di aggregazione del lavoro dipendente, cioè la fabbrica (almeno in Occidente, perché altrove resta come forma residuale). E la scomparsa della fabbrica implica o no la scomparsa del proletariato come zona immensa della società non proprietaria?
Mi è capitato di leggere di molti attuali pensatori che dubitano del concetto di «classe». Ma dubitarne, senza sostituirvi un concetto fondatore diverso, significa dubitare della possibilità di una materializzazione del soggetto politico del cambiamento.
E, allora, a che servirebbe un partito comunista riveduto e corretto, o, ancor meno, un partito democratico?
Perfino una teoria di «compromesso sociale» – come sono state, subito prima della guerra, le teorie di Keynes e di Minski – presuppone l’esistenza di un disagio di fondo che divide le nostre società, e di qui il bisogno di cambiare i rapporti sociali.
E infatti, non per caso, anche questi nomi, già pilastri di una certa socialdemocrazia, sono oggi coinvolti, senza una spiegazione, nella crisi finale dell’organizzazione capitalistica dominante.
È che su questa crisi sembrano lavorare piuttosto studiosi di provenienza diversa da quella del movimento operaio (come Luciano Gallino che ripeteva, negli ultimi scritti: «La lotta di classe esiste ancora e l’hanno vinta i capitalisti»).
Questa domanda non la ritrovo nei tentativi della maggior parte di chi si propone di dare un esito all’attuale, tormentosa vita delle sinistre italiane.
Un ragionamento analogo vale a proposito del «soggetto politico del cambiamento», che è, anzi, un aspetto dello stesso problema, rimasto irrisolto dal secolo ventesimo: quello sulle o sulla libertà.
Con il voto del 4 dicembre, è stata ribadita l’importanza della Costituzione. Ma la Costituzione imposta il problema di una convivenza dell’intera società, comprese, anzi garantite, le sue dialettiche di classe (guardate in proposito al ragionamento di Mario Dogliani nel sito del Centro per la Riforma dello Stato).
Non si tratta, però, dello stesso discorso che può valere come orizzonte di una parte essenziale e conflittiva della società, specialmente quella che riguarda il soggetto del cambiamento. Vale a dire come questione relativa al lavoro, quale è stato ed è. E delle nuove questioni antropologiche – come quella posta dalle donne – sviluppatesi alla fine del secolo scorso.
Di fatto, mi sembra che non si sia andati oltre al dilemma reale del Novecento: fra garanzia dei diritti civili e nessuna garanzia dei diritti sociali, oppure, all’opposto, garanzia dei diritti sociali e nessuna garanzia dei diritti di libertà.
A ben vedere, si ripropone, anch’essa come irrisolta, la questione che nel secolo scorso era stata posta soprattutto da Louis Althusser: se il marxismo, teoria e lotte, debba essere visto come una filosofia o una scienza.
Da cui consegue il problema di come debbano organizzarsi i soggetti del cambiamento, se attraverso un partito o diversamente.
La risposta, che sembra venga data da una larga maggioranza in Italia, è che di partito non si possa più parlare.
Il che ha prodotto – con il consenso di nuovo di una maggioranza – una disarticolazione che ha di fatto assegnato il potere decisionale a una organizzazione semi-privata come il Movimento Cinque stelle (al quale non a caso hanno aderito diverse persone che eravamo abituate a chiamare «compagni»).
Non voglio farla lunga e neppure affronto i problemi che ci pose il leninismo. I socialismi reali e i partiti comunisti si sono dissolti senza neppure affrontare le domande che avevano lasciate irrisolte.
Desideravo solo indicarvi sommariamente, almeno attraverso qualche esempio, quali, e di quali dimensioni, siano le questioni che il Novecento ha lasciato aperte e sulle quali non mi sembra si possa passare oltre senza tentare di impostare risposte fino ad ora non date. Vi ringrazio ancora per l’amicizia che mi avete dimostrato e vi auguro buon lavoro.
Parigi, 16 febbraio 2017


RASSEGNA STAMPA ONLINE DEL 19 FEBBRAIO
aggiornamento h. 16.30

da ANSA.IT
Congresso SI: Fratoianni eletto segretario
Nicola Fratoianni è stato eletto segretario di Sinistra Italiana. Lo ha reso noto il Senatore Peppe De Cristofaro dal palco del Congresso.  Fratoianni, pisano deputato, classe 1972, è stato eletto con 503 voti favorevoli, 32 contrari e 28 astenuti. "Non confondere quello che va fatto, cioè dialogare e interloquire senza arroganza, con l'incapacità di determinare un nostro punto di vista, il nostro soggetto". Uno dei passaggi centrali dell'intervento finale del Congresso di Sinistra Italiana del neoeletto segretario Nicola Fratoianni. "Ora dobbiamo ripartire concretamente lavorando a favore dei referendum Cgil sul lavoro: dobbiamo creare - aggiunge - 500 comitati".

da REPUBBLICA.IT
Congresso SI, eletto Fratoianni segretario: "Dialogo con gli scissionisti Pd se non votano fiducia a governo". 19 febbraio 2017
RIMINI - "Io non so se sarò capace, ma ci riuscirò se insieme saremo umili, coraggiosi, uniti e determinati". Nicola Fratoianni è il primo segretario di Sinistra italiana, eletto oggi a Rimini con 503 voti favorevoli, 32 contrari e 28 astenuti. Salito sul palco dopo la proclamazione invoca subito l’aiuto del partito che, visto l’applauso che lo saluta, sembra intenzionato a seguirlo. Loredana De Petris, capogruppo al Senato Loredana De Petris, lo bacia e sulle note di Bella Ciao gli ha consegnato un bacio e un mazzo di rose rosse. Come il colore dominante in questo congresso di Rimini dove Fratoianni e gli altri dirigenti hanno cercato di tenere insieme passato e futuro. Come ieri, quando la lettura della lettera di Rossana Rossanda è finita con le note dell’Internazionale e la sala in piedi con il pugno chiuso. Nel presente il nuovo partito deve fare i conti  con l’ingombrante concomitanza con gli eventi del Pd. A cui Fratoianni deve e vuole prestare attenzione. Anche perché il partito ne parla, ne discute e si divide. Nella notte infatti è stato bocciato un ordine del giorno di Alfredo D’Attore che chiedeva di “congelare” la fase costituente in attesa di vedere cosa decideranno Renzi e compagni. Decidendo subito che Sinistra italiana debba fare parte da subito del nuovo progetto insieme agli scissionisti del Pd.  E dunque anche Arturo Scotto che da quella parte guarda e Giuliano Pisapia. Fratoianni ringrazia dell’impegno e delle buone intenzioni ma pone subito una domanda che sarà cruciale nei prossimi giorni: “Se si produce una rottura nel Pd e si produce una rottura anche in Parlamento con nuovi gruppi parlamentare con cui voglio interloquire, questi nuovi gruppi parlamentari alla prima fiducia sul governo Gentiloni cosa faranno? Quando arriverà in aula il decreto Minniti sulla sicurezza lo voteranno? Perché se lo faranno, la nostra interlocuzione  con loro è già finita”. Dunque con gli scissionisti del Pd si può discutere, ma come ha spiegato anche Nichi Vendola, “considero quello che sta accadendo nel Pd importante, dobbiamo interloquire con chi dovesse rompere con quella storia, e sarebbe salutare, ma non dobbiamo andare a dialogare con nessuno con il cappello in mano”.
Dunque orgoglio identitario all’insegna dello slogan “la sinistra torni a fare cose di sinistra che torna a fare il suo mestiere”. E anche tanta voglia di fare. Nel suo discorso conclusivo Fratoianni indica subito alcuni obiettivi: costruire 500 comitati a sostegno dei referendum  della Cgil sui voucher, costruzione e rivitalizzazione delle reti mutualistiche che fanno “densità sociale”. In pratica vuol dire che Sinistra italiana metterà i subito i soldi del 2 per mille e quelli che arrivano dai singoli parlamentari a disposizione di chi vuole lavorare sul territorio. Fratoianni è stato praticamente plebiscitato, grazie anche alla decisione di Arturo Scotto e del suo gruppo di disertare il congresso.  Questo non vuol dire che non serpeggino tensioni tipiche dei congressi. Un delegato dal forte accento campano riflette ad alta voce sul fatto che “il segretario migliore sarebbe stato Arturo: è uno che è cresciuto nel Pci, conosce la strada. Fratoianni è un tecnico”. Dove per tecnico, spiega, “intendo che è un politico professionista”. Forse voleva dire senza anima. Il nuovo segretario però deve avere sentito questa piccola critica e dal palco sembra rispondere quando dice “Io faccio politica perché non ho mai smesso di indignarmi”.
Una presa distanza proprio dal politico professionale. Fratoianni ne approfitta anche  e anche  criticare Giuliano Pisapia: “Giuliano, oltre alla i gentilezza serve anche l’indignazione”, gli dice.  E motivi di indignazione ce ne sarebbero veramente molti. Li snocciolano nei loro interventi Stefano Fassina e un Pippo Civati particolarmente ironico e sferzante nei confronti di Renzi e del Pd. Vendola punta molto anche sul recupero del senso delle parole, della parola sinistra. Ne affida a Fratoianni il recupero di senso e la custodia. Lui accoglie l’invito. E a sugellare questa operazione di verità contro Renzi e Grillo che hanno accreditato la fine della dicotomia destra-sinistra, sale sul palco Luciana Castellina che
chiude il cerchio  con il passato, e dice: “Ci dicono che dobbiamo scegliere fra barbari e civilizzati quelli  che pensano già ad allearsi.  Noi scegliamo i barbari perché con i  barbari c’è un pezzo del nostro mondo”.
da ADN KRONOS
Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni eletto segretario
Il congresso fondativo di Sinistra Italiana ha eletto segretario Nicola Fratoianni con 503 voti a favore, 32 contrari e 28 astenuti.   D'Attorre - "Io non ho condiviso la scelta di chi ha deciso di non partecipare e non condivido la scelta di andare avanti come se nulla fosse accaduto. Penso sia stato una grave errore, oggi noi siamo di meno di quelli che avevano cominciato questo processo". Alfredo D'Attorre solleva dubbi sulle conclusioni del congresso di Sinistra italiana. D'Attorre, ex deputato del Pd entrato in Si con la prospettiva di costruire una sinistra di alternativa, ieri sera aveva infatti depositato un ordine del giorno per cercare di ricucire in extremis lo strappo, odg bocciato dal voto del congresso.     Vendola - "Non fare la scissione sarebbe una tragedia" dice Nichi Vendola. "Non scindere la sinistra dalle sue complicità con il liberismo è una tragedia, non scindere l'ansia di eguaglianza dalle politiche che hanno generato ineguaglianza, rimanere nella palude del politicismo è una tragedia".   Fassina - "Noi abbiamo un profilo, non vogliamo fare il movimento giovanile di D'Alema e Bersani" dice Stefano Fassina, intervenendo al congresso di Si a Rimini. "Non era scontato arrivassimo qui, anzi. Secondo i fautori della teoria del dopo 4 dicembre, che ci consigliavano di aspettare, Sinistra italiana non sarebbe mai nata. Ringrazio Vendola che generosamente ha proposto la nascita di Si partendo da Sel e Fratoianni, che si è guadagnato strada facendo l'autorevolezza per guidare il partito".  Civati - "Dobbiamo avere più orgoglio di avere avuto ragione, ognuno con le nostre storie politiche. A chi ci dice che siamo al 3%, vorrei ricordare che al voto si parte tutti da zero e dipende da noi smentire chi ci vede minoritari". E' un passaggio dell'intervento di Pippo Civati, leader di Possibile, al congresso di Sinistra Italiana fortemente critico con il travaglio interno al Pd. "Io non mi fido di chi punta a ricostruire il centrosinistra dopo averlo distrutto. Litigano su chi vuole fare il Congresso a giugno o aprile. Vedo tanto politicismo e pochi contenuti".
da IL MANIFESTO (Riccardo Chiari)
Sinistra a congresso: «Pensiero critico e conflitto sociale»  
Se un congresso fondativo ha il compito di delineare l’identità di un partito, quello di Sinistra italiana che si apre oggi a Rimini tratteggia, a partire dal documento con le tesi congressuali scritto da Fabio Mussi e Rosa Fioravante, l’obiettivo di (ri)costruire una cultura politica basata «sulla formazione di un pensiero critico, non riducibile a valori di mercato».
Un progetto ambizioso ma necessario e nel segno del conflitto sociale, avverte l’antico laureato alla Scuola Normale Superiore. Un Mussi che ha anche accettato di veder emendato e “diluito” il documento. Nel tentativo – vano – di mantenere nell’alveo del nuovo partito una quindicina di deputati di Sel che, con in testa Arturo Scotto, hanno già deciso di non entrare in Si, con probabile destinazione il Campo progressista di Pisapia.
Fin dal titolo («C’è alternativa»), il documento punta a smentire quel «non c’è alternativa» bandiera «dell’ideologia neoliberista e del pensiero unico diventato linguaggio e senso comune». Ma cosa ha prodotto, anche solo sul piano geopolitico, il pensiero unico? «Il quadro globale non è rassicurante – annotano Mussi e Fioravante – Trump sembra portare a compimento la crisi della democrazia liberale. Putin insegue il sogno dell’impero russo. Erdogan punta alla riunificazione ottomana dell’islamismo premoderno. La Cina al primato economico in un mondo disconnesso. L’Europa, tanto più dopo lo shock Brexit, ha perso voce e funzione».
Se poi si guarda ai meccanismi di accumulazione del capitale, la realtà è, se possibile, ancora peggiore. Il documento registra che il sistema finanziario, lanciato politicamente negli anni ’80 dalla destra anglosassone (Reagan, Thatcher) e assecondato nel decennio successivo dalla «sinistra di governo» dei democratici negli Usa e dei socialisti in Europa (Clinton, Schroeder, Blair) si è via via autonomamente replicato e regolato.
Le conclusioni sono sotto i nostri occhi: «Nel mondo degli Hfd, degli scambi ad alta velocità governati da algoritmi, dei derivati (in circolazione più di 700.000 miliardi di dollari: la bomba atomica economica su cui è seduta l’umanità), del sofisticatissimo apparato con cui il capitale si muove velocissimo alla ricerca del massimo profitto senza passare dalla produzione di merci, il potere politico non sa più neppure come funziona esattamente il sistema. Ne asseconda la bulimia o, nel migliore dei casi, prova a limitare a valle i danni prodotti a monte».
Sembra un vano assalto al cielo, annotano Mussi e Fioravante, porre in discussione da questo o quell’angolo del mondo un potere che sembra inarrivabile. «Ma Bernie Sanders ha conquistato l’attenzione dei giovani americani puntando il dito su Wall Street e sul lavoro sfruttato. E molti anni prima, a Seattle, e poi in Sudamerica e in Europa, il movimento altermondialista aveva visto chiaro e parlato forte». Quindi c’è alternativa alla guerra, allo sfruttamento del lavoro, alle crescenti diseguaglianze, al degrado della biosfera, all’oppressione di genere, al decadimento della democrazia e della libertà. «E se vogliamo ricostruire la democrazia, serve ridare protagonismo al demos. E serve un investimento massiccio nella ricostruzione di un popolo oggi disperso e atomizzato secondo la logica della competizione assoluta».
Di qui la necessità di sostituire la cooperazione alla competizione: «Perché esistono, nella nostra società, maggioranze sociali, dal lavoro ai beni comuni. Ciò di cui c’è bisogno è il lavoro politico di trasformazione di quelle maggioranze in una forza coesa, in grado di lanciare una proposta per il governo del paese e la trasformazione della nostra società». Con una salutare avvertenza: «Non esistono partiti politici dotati di una qualche ambizione che non si pongano l’obiettivo del governo. Altrettanto naturalmente la frase ’o stai in un governo o non esisti’, è falsa.
Un partito orientato all’alternativa deve aspirare alla massima rappresentanza, ma la sua funzione non è generare un certo numero di eletti. La sua missione è esercitare una presenza e una azione volta a politicizzare la società e a modificare la realtà».
da Corriere.it Ultima modifica il 19/02/2017 alle ore 17:11
Sinistra Italiana elegge Fratoianni: “Siamo la sinistra che fa il suo mestiere”
È convinto che la sinistra «debba fare il suo mestiere, e di questi tempi non è poco». Allievo di Nichi Vendola, ex capo dei giovani del Prc, è aperto al dialogo con le altre anime della sinistra italiana, ma con orgoglio e senza subalternità. Punta le sue carte sul referendum Cgil, sui diritti e l’accoglienza degli emigranti. È Nicola Fratoianni, deputato pisano, interista con un figlio piccolo, classe 1972, una laurea in filosofia, eletto a stragrande maggioranza (503 sì, 32 contrari, 28 astenuti) dai delegati del Congresso fondativo del nuovo partito, Sinistra Italiana, la forza erede di Sinistra Ecologia e Libertà.
Nel suo profilo twitter assicura che sarà «per sempre uno di quelli che nel luglio 2001 era a Genova». La sua elezione cade in un giorno importante per il fronte progressista italiano, nelle stesse ore in cui a Roma si sta sancendo la scissione interna al Pd. Una svolta che pone fine alla storia del primo partito italiano, e alla sua ambizione di essere il luogo unitario dei riformisti italiani. Ma a Speranza e compagni, nel suo primo discorso da segretario lancia subito una sfida. «Se la scissione dovesse portare a nuove articolazioni nei gruppi parlamentari - ammonisce Fratoianni - vorrei vedere cosa faranno nel momento in cui si dovesse la fiducia al governo Gentiloni». Del resto tutta la tre giorni al Palacongressi è stata segnata dal dialogo a distanza con Roma e lo scontro interno al Pd, tra desiderio di dialogo e la rivendicazione di aver capito prima di tutti la vera natura conservatrice della leadership renziana. Nella ricerca continua di uno spazio politico a cui in tanti stanno guardando, pensiamo al Campo Progessista di Giuliano Pisapia. In apertura, Fabio Mussi, da padre nobile del partito aveva bollato l’ex premier dei bonus come un «Achille Lauro 4.0». Ma tanti hanno criticato anche l’ala che lo sta abbandonando. Pippo Civati, molto applaudito, ha ricordato che «la sconfitta è venuta prima di Renzi».
Ancora più esplicito Stefano Fassina: «Non siamo l’organizzazione giovanile di D’Alema e Bersani, abbiamo già dato, diciamo». Netto anche il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris: «Io lavoro a una sinistra di popolo, a un’alternativa democratica e sociale che non può essere guidata da D’Alema», ha detto accolto dall’ovazione. «Pronti al dialogo, ma non con il cappello in mano», ha ribadito Nichi Vendola, nel suo ultimo emozionato intervento come leader di partito uscente. Ma al di là del tema delle alleanze future, Sinistra Italiana nasce con l’obbiettivo di dare voce «agli esclusi, ai precari, ai giovani sfruttati», come elenca Fratoianni. E la prima battaglia sarà quella dei referendum sul lavoro della Cgil.

RASSEGNA STAMPA ONLINE DEL 18 FEBBRAIO

da ANSA.IT
Congresso SI, Mussi: "Con Renzi porte chiuse"
"Una sinistra tutta da scrivere", è il nome del Congresso fondativo di Sinistra Italiana al Palacongressi di Rimini alla presenza di 680 delegati, oltre 500 invitati. "Qui nasce una sinistra che non vuole più travestirsi da destra. Troppe volte la sinistra fa la sinistra solo in campagna elettorale e una volta al potere attua le politiche della destra, come ha fatto Renzi. Noi siamo la sinistra alternativa a questa terribile resa alle politiche liberiste". Lo ha detto Nichi Vendola, arrivando al Palacongressi. "Le porte - ha aggiunto rispondendo ai cronisti - devono essere innanzitutto aperte alla società, noi dobbiamo guardare con molto interesse al dibattito interno al Pd, alle rotture, all'implosione, ma ricordandoci che il mondo è molto più ampio del Pd, quella è una cosetta. Poi - ha concluso - fuori ci sono i giovani e il fronte largo che ha votato no al referendum, che ha mandato un messaggio molto chiaro. Noi siamo qui per ricostruire un'alternativa, altrimenti la destra farà il pieno".
"Con la politica dei bonus Renzi ha fatto l'Achille Lauro 4.0", ha detto Fabio Mussi, nella sua relazione introduttiva al Congresso di Sinistra Italiana. Duro anche sulla politica del lavoro del governo dell'ex premier: "Sono state spacciate per nuove cose antichissime, controriforme contro i lavoratori. Con i voucher - ha aggiunto - il governo ha reintrodotto forme di schiavismo nell'industria moderna. Chiediamo da questo congresso che il governo fissi subito una data per il referendum sul lavoro". "Con Renzi - ha attaccato - porte chiuse: non perché sia antipatico... anche se simpatico non è, come dice Farinetti. Ma perché abbiamo sperimentato la sua idea di democrazia, è un avventuriero, un giocatore d'azzardo". "Non siamo in attesa di essere reclutati. Nulla è scontato. Senza una reale svolta a sinistra nessuna alleanza. Ora Corbyn, non Clinton, Corbyn non Blair, Podemos non Monti, Tsipras, non Alfano".
 
da Repubblica.it
 
Sinistra Italiana chiude le porte a Renzi. "Alleanza con Pd possibile solo con svolta a sinistra"
Fabio Mussi dal palco del congresso fondativo di Sinistra Italiana (ansa) ROMA -Sinistra Italiana, nel giorno del suo congresso fondativo, chiude le porte a Renzi per una possibile alleanza ma non al Pd. "Mai con Matteo Renzi, porte chiuse", afferma Fabio Mussi, presidente della commissione Progetto, dal palco dell'assemblea del palacongressi di Rimini. Parole accolte da un applauso scrosciante della platea. "Mai con Renzi non perché sia antipatico... oddio, simpatico non è... ma perché abbiamo sperimentato ciò che pensa e vuole e qual è la sua democrazia del potere. Renzi si muove come un avventuriero con lo spirito di un giocatore d'azzardo: il Pd precipita verso un congresso convulso. Non so prevedere cosa accadrà, se vira a sinistra bene, si apre l'opportunità nuova di una relazione, anche se mi sembra questa un'opzione remota" ma se vince la sinistra dem "porte aperte", sottolinea Mussi.
 
Porte aperte anche se ci dovesse essere la scissione: "Massima disponibilità a convergenza a alleanze politiche ed elettorali ma non si pensi che qualunque sia l'esito all'interno del Pd l'alleanza è inevitabile. Non ci mettiamo in attesa che qualcuno ci metta in lista, senza svolta a sinistra faremo la nostra autonomia", conclude.
 
Nichi Vendola ribadisce il ruolo di SI come alternativa alla politica di destra di Renzi. "Qui nasce una sinistra che non vuole più travestirsi da destra. Una sinistra che vuole fare della lotta contro la disuguaglianza il proprio orizzonte, la propria bandiera. Quando la sinistra, troppo spesso, fa campagna elettorale, si comporta da sinistra e poi quando vince e va al governo, come ha fatto Renzi, realizza il programma della destra, Renzi ha realizzato il programma dell'avversario, di Berlusconi", ha detto Vendola arrivando al congresso. "Noi siamo una sinistra alternativa a questa terribile resa, alternativi alle politiche liberiste che hanno preso un'intera generazione e l'hanno condannata alla precarietà".
 
Alfredo D'Attorre si dice contrario ad "alleanze preventive". L'esito del referendum costituzionale del 4 dicembre ha decretato, di fatto, come legge elettorale "un sistema proporzionale dove ciascuno si presenta con il proprio progetto autonomo e poi le alleanze si fanno dopo le elezioni. No alle alleanze preventive fatte solo per spartirsi il premio di maggioranza. Sinistra italiana deve essere un soggetto che partecipi sin dall'inizio al processo di costituente della sinistra italiana, come proposto da Massimo D'Alema. Possiamo dire di aver visto giusto quando puntavamo sul 4 dicembre per scardinare il Pd e riaprire la partita a sinistra. Ora dobbiamo rilanciare, sulla base di programmi chiari, un lavoro comune con gli altri soggetti per rappresentare una valida alternativa al Pd di Renzi".
 
Nicola Fratoianni guarda avanti e si rivolge a Giuliano Pisapia, che da pochi giorni ha lanciato il suo nuovo progetto politico "Campo progressista". "A Giuliano Pisapia, che ci dice che dobbiamo essere uniti per vincere, dico che è il momento di porsi il problema di cosa fare dopo aver vinto. Il rischio è quello di vincere e di fare il contrario di quello per cui ci siamo battuti. E' anche per questo che vince la destra", afferma Fratoianni, che aggiunge: "A Scotto dico, come gli ho detto privatamente e pubblicamente in questi giorni: vieni qua, è il tuo congresso, sei il nostro capogruppo; domani in effetti lui sarà qua. Sarebbe bello che continuasse a fare il capogruppo".
 
Per Maurizio Landini, segretario della Fiom-Cgil, occorre ripartire dai lavoratori, dalla base, dai precari. "Il mercato e l'impresa hanno la loro rappresentanza, chi lavora non li rappresenta nessuno. Per ricostruire la sinistra c'è una precondizione: tornare a unire quelli che lavorano che oggi sono divisi, frammentati, pensiamo ai precari. Su questo serve una rottura. Dobbiamo ridare speranza e dire che insieme si può lavorare per migliorare la propria condizione. Dobbiamo anche ricordarci - aggiunge - che le peggiori riforme del lavoro le hanno fatte le forze che si rifanno al socialismo. Per me la differenza tra destra e sinistra è chiara, ma purtroppo lo stesso non vale per i giovani precari". Nel suo intervento, Landini sottolinea che negli ultimi anni "la disuguaglianza e la riduzione degli spazi di democrazia sono stati senza precedenti. Oggi c'è una grandissima domanda di concretezza: se le parole non si traducono in fatti concreti finisce che la gente non capisce. C'è il rischio serio di rottura della solidarietà".
da Il Manifesto.it
 
Il MANIFESTO
 
Vendola: «Il mondo è più ampio del Pd»
 
«Se vedi che le peggiori riforme in Europa le hanno fatte governi che si dicono di sinistra, e che si rifanno all’Internazionale socialista, cosa pensa chi è precario? Pensa che con la destra al governo è stato bastonato, e con la sinistra uguale». La sintesi di Maurizio Landini convince i quasi 700 delegati di Sinistra italiana, che salutano con applausi ripetuti, non rituali, un saluto/intervento assai critico verso quella politica «che non indica con chiarezza cosa vuole fare». Nel primo giorno del congresso di Rimini, è dal segretario dalla Fiom, per forza di cose, che arriva un bagno di realtà terapeutico per il nascente partito. Con il ripetuto richiamo alla concretezza: «Per i lavoratori è decisiva, altrimenti non ti capiscono». Una parola che dovrebbe far fischiare le orecchie a molti, viste le manovre in corso in questi giorni. Con il pallino sempre, invariabilmente, nelle mani del Pd.
 
Al riguardo, alcune parole chiare arrivano anche da Nichi Vendola. A chi gli chiede, forse per la centesima volta, se non ci sia il rischio di isolarsi e di chiudere le porte, preparando un congresso nel segno del pensiero critico e del conflitto sociale, il padre nobile di Si risponde: «Le porte devono essere prima di tutto aperte alla società. Noi dobbiamo guardare con molto interesse al dibattito interno al Pd, alle rotture, all’implosione. Ma ricordandoci che il mondo è molto più ampio del Pd. Quella è una cosetta. Poi fuori ci sono i giovani, il fronte largo che ha votato No al referendum che ha mandato un messaggio molto chiaro. Noi siamo qui per ricostruire un’alternativa. Altrimenti la destra farà il pieno».
 
Nella relazione introduttiva, Fabio Mussi chiarisce: «Vogliamo essere un partito autonomo e radicale, cioè che va alla radice delle cose. Perché radicalismo non è il sinonimo di estremismo, piuttosto è vero il contrario. Quanto all’autonomia, noi vogliamo pensare con la nostra testa». Poi un’annotazione sullo stato delle cose: «La crisi può andare a destra, e penso a Trump, oppure a sinistra. Perché quelle di destra e sinistra non sono categorie derelitte. Dire che non esistono più, come leggo e ascolto ormai da anni, è una bufala. Come si dice oggi una post-verità». Infine uno sguardo alla deriva degli ex compagni che hanno fondato il Pd: «E’ passata l’idea che la sola sinistra che può governare è quella che si fa centro. Una tesi che ha provocato una catastrofe culturale». Non soltanto culturale, segnalerà Landini.
 
Nell’auditorium del Palacongressi riminese intanto è tornato un po’ di rosso, nelle scritte sui cartelli come negli sfondi per le interviste. Sul palco, accanto al leggio, c’è un giovane pianista che sottolinea le presentazioni fra un intervento e l’altro degli ospiti e dei delegati. Dopo la relazione di Mussi, i 680 delegati ascoltano i saluti del Ps nenciniano, dei Verdi, del Pcdi con il segretario Alboresi. Anche di Rifondazione, con Maurizio Acerbo, e dell’Altra Europa con Tsipras, con Massimo Torelli. Pronti, questi ultimi, a ricordare il lavoro positivo fatto fianco a fianco, sia nella campagna elettorale delle europee, che in quella referendaria, lunghissima, che ha portato il 4 dicembre a una vittoria «che non deve essere trascurata né va dimenticata, perché è l’esempio di come si può lavorare assieme sulle cose concrete».
 
Del Pd, non c’è nessuno. Oggi porterà il saluto del partito il vicepresidente Matteo Ricci, sindaco della vicina Pesaro. Chissà cosa avrebbe commentato, ascoltando Landini: «Il mercato e l’impresa hanno la loro rappresentanza, chi lavora non ce l’ha. Allora per ricostruire la sinistra c’è una precondizione: dobbiamo tornare a unire quelli che lavorano che oggi sono divisi, frammentati, precari. Tutti con una gran paura di perdere il loro lavoro, anche nelle aziende metalmeccaniche. Su questo serve una rottura. Dobbiamo ridare speranza, e dire che insieme si può lavorare per migliorare la propria condizione». Tutti insieme, perché «il problema è dove andiamo domani, non dove tu, o lui, eravate ieri».
 PUNTI DI VISTA
da Il Manifesto.it
Una sinistra che faccia vivere i conflitti sociali  (Valentino Parlato -
Mi sono iscritto a Sinistra Italiana in contrasto alla mia attuale tendenza a dimettermi da tutto. Sinistra Italiana perché, già nella sua formulazione, non vuole essere un partito ma una corrente politico-culturale di ricostruzione di una vera sinistra, fondata sui contrasti della nostra società.
Contrasti che si sono dissolti nell’attuale, singolare e straordinaria rivincita del capitalismo. Un capitalismo mai così in crisi come oggi ma ancora dominante e non possiamo dimenticare che il comando di un soggetto in crisi è molto più grave è pericoloso di un soggetto in sviluppo. Una situazione assai diversa, assai peggiore oggi di quando negli anni passati il capitalismo cresceva. In questa situazione la classe operaia non ha più la forza di una volta. Oggi il lavoro umano ha perduto di peso per due ragioni. Primo: la globalizzazione che assicura un lavoro a basso prezzo in tutti i paesi poco sviluppati. Secondo: il progresso tecnico che riduce la domanda di lavoro umano. I robot riducono enormemente il valore e l’importanza del lavoro umano e con questo il loro potere.
In questa situazione grandi speranze vengono dalla nascita di Sinistra Italiana. Siamo a un totale disfacimento dei partiti non solo di sinistra ma anche di destra e all’emergenza di un populismo che fa agitazione ma fondamentalmente di destra. Una agitazione che fa riemergere la necessità di un potere forte da parte dei capitalisti. La novità di questo tempo è il convincimento, prevalente, della ricostruzione del meccanismo capitalistico per uscire dalla attuale crisi. Una volta si pensava di uscire dalla crisi uscendo dal capitalismo e superandolo. Oggi invece prevale l’idea che tutti dobbiamo impegnarci a lavorare per ricostruire il capitalismo, per ridare al profitto il ruolo che aveva avuto nei tempi passati. A questo punto Sinistra Italiana sembra la strada principale per uscire da questa tremenda restaurazione dei valori dello sfruttamento capitalistico.
Sinistra. Perché bisogna lavorare alla nuova alleanza di tutti coloro che nell’attuale situazione sono non solo sfruttati ma anche privati dei diritti che ogni uomo dovrebbe avere già alla nascita. Abbiamo detto sinistra e aggiungiamo italiana perché siamo in questo paese che si chiama Italia e dobbiamo ricostruire le forze antagoniste all’attuale capitalismo e diciamo ancora sinistra italiana perché di fronte alla globalizzazione che ci ha denazionalizzato e impoverito bisogna ricostituire anche le caratteristiche nazionali che la crescita capitalistica ha indebolito.
da Il Manifesto.it
 
Sinistra, per aprire le porte bisogna costruire una casa  (Luciana Castellina -
Comincio da me, così si è più chiari. Proprio perché – come ha scritto Marco Revelli – bisogna «prendere le distanze dalle configurazioni del giorno» – una vera girandola – credo sia necessario non prendere le distanze dai processi più consistenti per avviare i quali molti compagni si sono impegnati.
Molti compagni e non questo o quel leader che si sente improvvisamente chiamato dal popolo a creare qualche “campo”. Per questo oggi andrò a Rimini per partecipare al Congresso costitutivo di Sinistra Italiana.
Ci vado innanzitutto perché sento che ho più che mai bisogno di stare assieme a compagni con i quali in questi anni abbiamo combattuto le stesse battaglie (non solo reduci, per fortuna anche tanti nati nei ’90) – per ultima quella del referendum – per ragionare con loro e tentare di indicare una prospettiva che mi/ci sottragga da questo “squilibrio di sistema”.
Perché più che mai sento che rischiamo di essere travolti se non costruiamo un luogo, un aggregato, che dia forza all’intenzione di rispondere a una domanda di senso e non solo di consenso immediato; se, soprattutto, non riusciamo a mettere in piedi una pratica politica che dia rappresentanza reale ai bisogni degli sfruttati e non sia, come sempre più è, solo comunicazione.
Per questo sento l’urgenza di relazionarmi con gli altri, di superare il maledetto isolamento individualista che ci ha tutti ammalato, di ritrovare il collettivo, senza il quale non mi resterebbe che il malinconico brontolio solitario. Un partito è questo, innanzitutto.
Provarci vuol dire “chiudersi”, “isolarsi”, mentre invece bisognerebbe aprirsi? Certo che bisogna aprirsi, ma per aprire una porta devo avere una casa, cioè un punto di vista organizzato, se no la porta sbatte e basta. E poi, per guardare a quello che c’è all’aperto, bisogna avere il cannocchiale, non la lente di ingrandimento che ti consente l’illusione ottica di vedere grandissimo quello che invece è piccolo.
Io credo, per esempio, che piccolo sia il dibattito che si sta svolgendo all’interno del Pd.
Non dico che non sia rilevante, anzi, dico solo che riguarda un pezzetto di mondo, mentre c’è un mondo più grande, fatto di movimenti, gruppi che operano sul territorio, reti, insomma una società italiana più ricca di fermenti di quanto generalmente si creda. Frantumata, certo, ma anche per questo penso sia giusto ricominciare a pensare ad un’organizzazione politica che sappia impegnarsi ad esserne parte, non solo vago referente esterno.
Del Pd mi interessa – e molto – il grande corpaccio della tradizione, che però non recupererò alla soggettività politica appiattendomi su uno dei leader della sua minoranza interna. Con i quali potrò, se ce ne saranno le condizioni, allearmi per combattere delle battaglie, forse, persino elettorali.
Ma tanto più efficacemente potremo farlo tanto più saremo capaci di imporre un confronto di merito, e non solo di posizionamento.
E’un azzardo puntare su Sinistra Italiana, un cavallo così fragile , pieno di difetti, che subisce prima ancora di nascere -. un vero record – una scissione corposa ( e certamente dolorosa)? Sì, lo è.
Potrebbe non funzionare. E però penso che se perdiamo questa occasione il rischio di trovarci assai male sarebbe ben maggiore. Ci sono momenti in cui occorre rischiare, cioè scegliere (e francamente questo non è poi un rischio così grosso).
Ho scelto Sinistra Italiana perché chi la sta costruendo ha avuto il coraggio – per l’appunto – di aprirsi, e cioè di rinunciare alle certezze dei propri rifugi. Che è quanto di più efficace si possa fare se si vogliono davvero “aprire campi” più inclusivi, che non siano la somma di identità irrigidite.
Sel, decidendo di sciogliersi, proprio questo ha fatto: mettere in discussione se stessa, a partire dalla riflessione critica sull’esperienza del centrosinistra di cui era stata protagonista.
Saremo elettoralmente irrilevanti? Dipende da molte cose, ma – ed è questo che mi importa ribadire in questo momento – non tutto si gioca su quel terreno.
C’è un enorme lavoro da fare nella società per tradurre la disperazione in un protagonismo politico capace di dare al conflitto una prospettiva. Per rivitalizzare le istituzioni democratiche che Renzi ha cercato di sterilizzare bisogna cominciare di qui, altrimenti qualsiasi governo, anche un centrosinistra un po’ più di sinistra, sarà inutile.
Ci sono tempi in cui i risultati di quanto si fa si possono misurare solo nel lungo periodo.
Quanto sta bollendo in pentola non è affatto un nuovo bel centro-sinistra di sinistra.
Mi sembra di capire che, anzi, il nuovo scenario politico sia un nuovo bipolarismo: non il vecchio sinistra/destra, ma: da un lato i “barbari” ( 5Stelle, Salvini e c. più la plebe che protesta contro licenziamenti e povertà, gli immigrati); dall’altro i “civilizzati”, quelli che hanno capito che in momenti come questi si devono erigere trincee. (E cioè il Pd, i mozziconi di destra già da tempo imbarcati da Renzi, ma oramai anche Berlusconi, riammesso nel salotto buono da quando si è visto che, diciamocelo, non è brutto come Trump).
Eugenio Scalfari ad Ottoemezzo, giorni fa, l’ha detto con maggiore chiarezza di altri ricorrendo a toni persino apocalittici: chi è civilizzato deve capire che il castello della democrazia è assediato e senza fare tante storie ubbidire e combattere con chiunque si ingaggi.
A questo punto che lo schieramento invocato si chiami centro-sinistra, o larghe intese, non ha importanza, è questione solo nominale. Non è più tempo, insomma – ecco il messaggio – per occuparsi di dettagli cincischiando su quanto di sinistra potrebbe essere il centrosinistra.
Non siamo più, mi pare, al renzismo, siamo oltre, quello è stato – o meglio ancora è – l’apprendista stregone.
L’appello dei civilizzati avrà sicuramente chi lo ascolta, può apparire persino di buon senso. Anche perché i civilizzati hanno meno problemi: non il lavoro, non la povertà, non le miserie dei servizi pubblici che si restringono come pelle di zigrino.
Solo che le cose non stanno così: se le scelte dovessero ridursi a questa alternativa saremmo davvero fritti: il disagio sociale e il populismo che cresce in assenza di una forza che se ne faccia carico, potrebbe davvero dare fuoco alle polveri.
Il realismo dovrebbe indurre a privilegiare l’obiettivo di colmare questo vuoto.
La sezione di Sinistra Italiana "Enrico Berlinguer" di Ostia Lido si trova in via Angelo Celli 7
Torna ai contenuti | Torna al menu